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A Cannes un'ottima annata, anche senza Italia e Usa
Confronto in giuria, qualche malumore, ora la corsa agli Oscar
(dell'inviata Alessandra Magliaro) Juliette Binoche, sorridente e rilassata, va a cercare tra gli ospiti della Plage du Majestic, dove si è svolto il cocktail con i vincitori del palmares di Cannes, il regista iraniano Jafar Panahi per abbracciarlo. È la fotografia che chiude il 78/o festival: la presidente di giuria che si è battuta molto per la Palma d'oro A Simple Accident si stringe all'eroe della serata, il regista la cui storia di resistenza dissidente al regime iraniano ha emozionato e coinvolto per un film sul desiderio di vendetta di alcuni iraniani contro il loro torturatore. Il verdetto di ieri sera non era così scontato, c'era una rosa di film più che degni e l'ordine del palmares è cambiato di continuo, e infatti le discussioni sono andate avanti oltre il time limit e alle 15 ancora non erano nero su bianco, cosa che ha messo molto in difficoltà il protocollo per richiamare registi e attori dai luoghi sparsi in cui si trovavano. Senza contare i disagi del blackout con panico organizzativo conseguente. Il cocktail di chiusura è stato una celebrazione della comunità dei cineasti, quello stesso concetto identitario del linguaggio universale del cinema pur nelle diverse culture che molti hanno sottolineato alla cerimonia e ribadito ieri sera, primo fra tutti il galiziano Oliver Laxe, Prix du Jury per Sirat con Sergi Lopez padre in cerca della figlia scomparsa tra rave delle montagne del Marocco. I fratelli belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne, che con Jeunes Meres hanno sperato nel record della terza Palma d'oro ma poi hanno vinto la migliore sceneggiatura, sorridenti ricevevano saluti e abbracci da altri registi mentre le loro cinque adolescenti protagoniste, alcune alla prima esperienza cinematografica, si scatenavano a ballare insieme alle attrici e agli attori iraniani di Panahi (anche questa una bella immagine del festival). Nadia Melliti, migliore attrice per La Petite Derniere, non ha mollato un attimo la regista Hafsia Herzi che l'ha scelta per l'interpretazione della studentessa che si innamora di un'altra ragazza ed è combattuta tra l'amore e la fede musulmana che proibisce la relazione omosessuale. Il grande attore svedese Stellan Skarsgard firmava autografi mentre il suo regista Joachim Trier, vincitore del Grand Prix con Sentimental Value, si divideva tra la protagonista Renate Reinsve e Elle Fanning. Il delegato generale del festival Thierry Fremaux si è intrattenuto con tutti. Soddisfatto per questo palmares? "Se la stampa lo è, io lo sono" è stata la risposta che forse celava qualche insoddisfazione. Lo scorso anno la Palma d'oro è andata alla commedia d'amore americana Anora di Sean Baker che poi ha fatto man bassa agli Oscar, come pure altri vincitori 2024 come Emilia Perez e non è un mistero che Fremaux si augurasse un percorso simile. E che insomma Cannes diventasse il punto di partenza per gli Oscar (rubando la scena a Venezia). Invece l'America è uscita a mani vuote dalla giuria presieduta da Binoche e sembra difficile che l'Iran candidi agli Oscar il film anti-regime di Panahi. Gli americani hanno puntato su Jennifer Lawrence migliore attrice come giovane madre depressa post partum per Die My love di Lynne Ramsay e se arriverà agli Oscar lo farà senza la palmetta di Cannes. Hanno puntato invano anche su Joaquim Phoenix, giustiziere per l'attesissimo Eddington di Ari Aster, un film A24 che a Cannes ha diviso moltissimo, come pure The Mastermind con Josh O'Connor e The History of Sound, usciti senza gloria. Panahi, Trier, il brasiliano Kléber Mendoca Filho (O Agente Secreto, due premi tra cui migliore attore Wagner Maura), tutti nel palmares, sono comunque distribuiti da Neon, ossia un colosso, quindi per gli Oscar da Cannes non tutto è perduto. L'Italia, con un film in concorso e due a Un Certain Regard, è uscita senza premi come già accaduto negli ultimi anni (fanno eccezione nel 2018 il premio per la sceneggiatura ad Alice Rohrwacher per Lazzaro Felice e il premio della Giuria nel 2022 alle Otto Montagne, con produzione italiana). In una competizione affollata del meglio del cinema mondiale ci sta e sarebbe pretestuoso fare polemiche: essere selezionati e non entrare nel palmares fa parte del gioco, anche se è lecito porsi qualche domanda sul perché le nostre storie non si impongano. Fuori di Mario Martone non è mai entrato in rosa a quel che è filtrato, e la giurata Alba Rorhwacher ha detto a Rainews di essere "felice di averlo incontrato in un festival così importante e già questo è una vittoria". Il western Testa o croce? di Matteo Zoppis e Alessio Rigo De Righi ha interessato la giuria di Un Certain Regard, mentre la storia tutta al maschile delle Città di pianura di Francesco Sossai sembra essersi scontrata con la sensibilità femminile radicale della presidente inglese Molly Manning Walker. Indiscrezioni ufficiose che riportano una incapacità del cinema italiano ad affermarsi all'estero nel confronto con l'internazionale, ma che poi sono smentite da tanti esempi recenti, fra tutti C'è Ancora Domani. La realtà è che c'era un'ottima annata e tantissima consapevole attenzione ad un cinema non avulso dai tempi tormentati che stiamo vivendo (è rimasto fuori non a caso Nouvelle Vague di Richard Linklater, un divertente gioco cinephile sull'epoca di Godard).
J.Bergmann--BTB
