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Sebastian Stan, con Mungiu mi riconnetto alle mie origini
Protagonista a Cannes con Renate Reinsve di Fjord, 'Trump? Non c'è niente da ridere'
(dell'inviata Francesca Pierleoni) Al giorno d'oggi, l'unico modo per affrontare tutto quello che accade intorno a tutti noi è "rimanere il più onesti possibile. E riflettere sulla propria morale.. Io mi faccio continuamente domande su ciò che posso fare. Sono un attore, non sono in prima linea, né in una sala operatoria, non sono là fuori sotto il fuoco nemico. Il mio mezzo è questo, tutto ciò che posso fare è cercare di impegnarmi in film che stimolino il dialogo e punti di vista diversi". Lo spiega in conferenza stampa al Festival di Cannes, Sebastian Stan, coprotagonista con Renate Reinsve (Sentimental Value) di Fjord, il dramma sociale di Cristian Mungiu (Palma d'oro nel 2007 per 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni), presentato in concorso. "C'è una citazione di Cechov che ho trovato davvero pertinente per questo film ma anche in un discorso generale, 'l'arte non deve risolvere un problema, deve solo affrontarlo nel modo corretto'. Penso che finché saremo in grado di continuare a farlo, senza paura potremo davvero reagire" spiega l'attore. Classe 1982, nato in Romania, cresciuto solo dalla madre, un'infanzia passata a Vienna e dai 12 anni in poi, una vita e una carriera negli Stati Uniti, dove ha conquistato Hollywood, grazie anche al ruolo nei superheromovie Marvel del 'Soldato d'inverno, che riprenderà in Avengers: Doomsday. In Fjord, interpreta Mihai Gheorghiu immigrato dalla Romania in Norvegia con la sua famiglia, la moglie Lisbet e i cinque figli. Si sono stabiliti in un piccolo villaggio su un fiordo dove la vita scorre in modo apparentemente sereno, nonostante qualche diffidenza. Almeno finché su una delle figlie adolescenti della coppia, vengono notati a scuola dei lividi. Un fatto che attiva i servizi sociali, scatenando per la famiglia un incubo. "La prima volta che ho incontrato Cristian è stato per una proiezione di Un padre, una figlia, al New York film festival dove ero andato con mia madre - ricorda Stan -. Questo film insieme è stato un vero sogno, è parte del viaggio per riconnettermi con la Romania. Per me è naturale cercare di ritrovare un legame con il mio Paese attraverso il cinema", e "con chi altro farlo se non con quest'uomo - dice rivolgendosi a Mungiu - che ammiro da molto tempo per la sua acuta capacità di cogliere il presente". Rispetto alla storia, che è ispirata da fatti reali, "anch'io ricevuto un'educazione piuttosto tradizionale romena, quindi ho capito in un certo senso, certe dinamiche. E in relazione a ciò che sta per accadere nella mia vita (la compagna, anche lei attrice, Annabelle Wallis è incinta, ndr) ho riflettuto sull'avere figli, ho cercato di comprendere cosa significhi essere genitori nel mondo di oggi. E anche questo ha alimentato il personaggio". Per Stan il ritorno a Cannes avviene a due anni dalla partecipazione come protagonista di The apprentice, il ritratto dei primi anni dell'ascesa di Donald Trump firmato da Ali Abbasi, un film che per l'attore è stato profetico. "Su Trump non c'è niente da ridere, ci troviamo in una situazione davvero davvero brutta - dice, rispondendo a una giornalista che gli chiedeva cosa pensasse delle azioni del presidente Usa -. Basta guardare a quello che è successo. Parliamo di monopolio dei media, censura, minacce, cause legali che apparentemente non finiscono mai. Era chiaro a tutti. Abbiamo dovuto affrontare tutto questo anche per The apprentice. Al punto che, tre giorni prima del festival, non eravamo sicuri che sarebbe stato proiettato. Ora forse la gente sta prestando attenzione a quanto diceva il film e per questo credo che resisterà alla prova del tempo. Vorrei veramente - conclude - che non ci trovassimo in questa situazione".
W.Lapointe--BTB