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'La villa portoghese', storia 'senza confini' di Avelina Prat
In sala il dramma esistenziale con Manolo Solo e De Medeiros
(di Francesco Gallo) Non è affatto un caso se Fernando, il mite e silenzioso protagonista di quel delizioso film che è 'La villa portoghese' di Avelina Prat, in sala da oggi con Academy Two, sia un geografo. Ovvero uno abituato a mettere rassicuranti confini al mondo che lo circonda. E non è poi affatto un caso che la sua vicenda umana si consumi proprio per la perdita di questi confini come della sua stessa identità fin dentro il caos. Questo il tema centrale, senza spoiler, per chi dovesse da oggi entrare in un cinema e coraggiosamente preferire questo piccolo grande film, una sorta di Mr Ripley esistenziale, a quello di Avatar e Zalone. Ecco la storia di quest'opera cinematografica che si legge come un libro. Fernando (Manolo Solo) è un tranquillo professore di geografia in una università spagnola, la cui vita viene sconvolta dalla misteriosa scomparsa dell'amata moglie serba. Nessuna lettera, nessun motivo, un giorno torna a casa e lei non c'è più. Del tutto disorientato Fernando è in cerca di una nuova esistenza e decide così di partire per il Portogallo. Qui, in una circostanza del tutto particolare, assume l'identità di un giardiniere, Manuel, conosciuto durante il viaggio e lo sostituisce in una isolata villa portoghese la cui proprietaria è una gentile signora che ha preferito ritirarsi in questa casa ereditata dalla nonna. Una vita nuova quella di Fernando, tra la bellezza della natura e una nuova famiglia piena di affetto. Ma dal passato arriva alla fine un inaspettato colpo di coda. "Che cosa definisce la nostra identità? Il luogo in cui cresciamo, il luogo in cui viviamo, i nostri geni, le nostre abitudini, le esperienze, i nostri desideri… - dice la regista e sceneggiatrice Avelina Prat - E questa identità è unica e immutabile? Siamo la stessa persona se il nostro contesto cambia radicalmente? Uno dei pilastri dell'identità è il luogo, inteso come un insieme che non è solo geografico, ma che è composto anche dagli elementi e dalle persone che lo abitano. Il luogo come ciò che dà forma a una vita. Il luogo come casa. Parliamo del luogo in cui ci si sente a casa, dove si può essere sé stessi. Un luogo dal quale si può smettere di scappare. Un luogo che non ha nulla a che fare con le radici, ma piuttosto con la scoperta". E continua la regista spagnola nata a Valencia: "Questa ricerca di un luogo è legata alla ricerca dell'identità. I personaggi di questo film cercano una nuova identità impersonando qualcun altro, assumendo un'identità che non gli appartiene. Eppure, attraverso questa impersonificazione, riescono a costruire una propria realtà, a dare forma a una vita. Come i personaggi dei romanzi di Enrique Vila-Matas o Robert Walser, il protagonista del film (e lo spettatore) è costantemente perseguitato da un senso di estraniamento. Estraniamento dal suo ambiente, da ciò che sta accadendo. Inquietudine per il modo in cui gli eventi si svolgono". Frase cult del film quella del geografo Fernando: 'Il mondo è caotico finché non lo disegni".
C.Kovalenko--BTB